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giovedì 5 giugno 2014

AGLAURA - Italo Calvino (1923-1985)


Poco saprei dirti di Aglaura fuori delle cose che gli abitanti stessi della città ripetono da sempre: una serie di virtù proverbiali, d'altrettanto proverbiali difetti, qualche bizzarria, qualche puntiglioso ossequio alle regole.
Antichi osservatori, che non c'è ragione di non supporre veritieri, attribuirono ad Aglaura il suo durevole assortimento di qualità, certo confrontandole con altre città dei loro tempi. Né l'Aglaura che si dice né l'Aglaura che si vede sono forse molto cambiate da allora, ma ciò che era eccentrico è diventato usuale, stranezza quello che passava per norma, e le virtù e i difetti hanno perso eccellenza o disdoro in un concerto di virtù e difetti diversamente distribuiti.
In questo senso nulla è vero di quanto si dice di Aglaura, eppure se ne trae un'immagine solida e compatta di città, mentre minor consistenza raggiungono gli sparsi giudizi che se ne possono trarre a viverci. Il risultato è questo: la città che dicono ha molto di quel che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno.
Se dunque volessi descriverti Aglaura tenendomi a quanto ho visto e provato di persona, dovrei dirti che è una città sbiadita, senza carattere, messa lì come viene viene. Ma non sarebbe vero neanche questo: a certe ore, in certi scorci di strade, vedi aprirtisi davanti il sospetto di qualcosa d’inconfondibile, di raro, magari di magnifico; vorresti dire cos'è, ma tutto quello che s'è detto di Aglaura finora imprigiona le parole e t’obbliga a ridire anziché a dire.
Perciò gli abitanti di Aglaura credono sempre di abitare un'Aglaura che cresce solo sul nome Aglaura e non si accorgono dell'Aglaura che cresce in terra. E anche a me che vorrei tener distinte nella memoria le due città, non resta che parlarti dell'una, perché il ricordo dell'altra, mancando le parole per fissarlo, s'è disperso. 

Italo Calvino, Le città invisibili, p. 73-74

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